Reportage da Lhasa, capitale del buddismo e simbolo della prepotenza colonialista, nell’ombra di “La Porta Proibita” di Tiziano Terzani

Lhasa – “È vietata la ricerca di contenuti politici, storici e religiosi”. In un inglese molto elementare un cartello avverte i turisti stranieri dei limiti a cui è sottoposta la loro navigazione in internet.
Le fantasie occidentali sul Tibet spesso sono ancorate ad una serie di stereotipi che contribuiscono a creare gran parte delle conoscenze che l’uomo medio ha della vita e cultura del popolo tibetano. L’immagine del “Tetto del mondo” come una catena di montagne impraticabili, tra le quali risiedono monaci in tunica rossa capaci di resistere al gelo e la fame solamente con la forza della meditazione. Poco altro si conosce del popolo tibetano, il popolo “laico”, del loro amore indiscusso per il loro dio-re Dalai Lama, poco della loro semplice vita fatta di riti e sacrifici
L’uomo tibetano è il risultato di un lungo ed infame processo di adattamento in questi territori inospitali anche per la gran parte delle specie animali. Una terra per lo più arida ed inospitale combinata con il clima rigido d’inverno ed intollerabile in estate, non dimenticando che la presenza d’ossigeno scende del 60% a queste altitudini, nel corso dei secoli ha dato luogo ad un’etnia coriacea, uomini e donne hanno sviluppato quella che noi chiamiamo un'incredibile resistenza ma che in realtà non è che un’ottima scappatoia per sopravvivere. Negli occhi dei tibetani ancora brilla la luce della semplicità e forse la cosa più bella di Lhasa non sono i fantastici templi o la dorata dimora del dio tra gli uomini, la cosa più bella sono i sorrisi. Puoi capire il Tibet da un sorriso. Puoi capire che nonostante l'invasione straniera e la massiva colonizzazione cinese alcune cose non potranno essere dimenticate mai completamente. Quando nel 1950 i cinesi entrarono con la forza nel paese essi erano veramente convinti di essere nel giusto, di "liberare" dalla schiavitù feudale della teocrazia esistente un popolo che la Cina non ha mai nascosto di credere parte del proprio impero.
A buon dire i cinesi in meno di mezzo secolo hanno costruito a Lhasa strade, reti idriche ed elettriche. Dal giugno 2006, e dopo maestosi annunci ed una spietata propaganda, è in funzione una linea ferroviaria che collega il "Tetto del mondo" con il continente, sui cui binari corre l'ombra del progresso cinese e già nel Dicembre dello stesso anno l’affluenza di funzionari Han, turisti e merci ha avuto un aumento a dir poco esponenziale. In una città dove un tempo non era possibile costruire case con più piani perché nessuno poteva sedere più in alto degli altri uomini, ora sorgono palazzi e di continuo si incontrano cantieri da cui si propaga un rumore secco di ferro battuto che giorno e notte ricorda di ammirare estasiati il paesaggio, perché un giorno le montagne che circondano Lhasa si dovranno scovare tra le alte mura dei grattacieli. "Hanno costruito scuole e prigioni...le prime per loro e le altre per noi" ci spiega la nostra guida tibetana di fronte a quello che era il suo villaggio natale. In quelle carceri sono passati monaci e funzionari, persone comuni e contadini istruiti con la forza ad amare il partito e la Cina popolare, costretti a rinnegare il proprio credo per entrare nella grande madre comunista.
La Rivoluzione Culturale, voluta da Mao ed i suoi, portò il Tibet alla distruzione del 90% dei templi e monasteri presenti nel Paese. Dei circa 6000 monasteri oggi non ne rimangono che una sessantina che il governo centrale ora cerca di tutelare favorendo investimenti di ristrutturazione ed incentivando il turismo e l'emigrazione. Nella capitale ormai i tibetani non sono che una minoranza etnica. Centinaia di migliaia di cinesi Han nel corso degli anni si sono stabiliti trovando fortuna e a poco a poco hanno costruito una città tutta cinese che corre parallela alla vecchia e meravigliosa Lhasa, capitale del regno più alto del mondo. Oggi impazzano i karaoke ed i massaggi cinesi mentre ogni giorno a migliaia arrivano dalle montagne vicine i pellegrini che affrontano mesi di difficoltà e privazioni solo per venerare i luoghi divini in cui un tempo viveva il Dalai Lama e per donare ai ricchi monasteri i loro poveri risparmi di una vita. I riti non sembrano cambiati di una virgola nonostante l'espandersi del virus del capitalismo e del benessere, ed è stupefacente ammirare questa povera gente consegnare la propria anima nelle mani del loro Dio illuminato, la cui incarnazione ha ora il divieto di accesso nel suo regno.
Portare con se foto o ritratti del Dalai Lama un tempo veniva punito con la prigionia immediata e la rieducazione forzata, ora sembra sia in vigore il solo sequestro dell'immagine ed un'ammonizione verbale, ma non è chiaro se la persona sospetta venga di continuo controllata dalle molte telecamere poste in tutta la città . Fatto è che mostrando quell’immagine quando si è lontani dai centri abitati è inevitabile cadere in un forte sentimento di compassione nel constatare come non sia mai diminuito quell'amore genuino ed incondizionato che ogni tibetano prova per il proprio dio-re. Ora la Cina tenta di corrompere il popolo tibetano al proprio pensiero capitalista anche contaminando la loro religione.
Emblematica è la breve storia del Panchen Lama. Costui rappresenta l’autorità religiosa riconosciuta come secondo in grado solamente al Dalai Lama. Quando morì nel 1989 la sua decima incarnazione, una commissione d’autorità presieduta da funzionari cinesi convocò i più alti rappresentanti della tradizione tibetana per iniziare i rituali e i viaggi alla ricerca di una nuova incarnazione. Dopo 6 anni di ricerche la spedizione, sempre sotto l’egida cinese, rintracciò in soli tre candidati il nuovo Panchen Lama. Fu allora lo stesso Dalai Lama che, consultato l’oracolo e dopo aver interpretato alcuni segnali, dalla sua residenza d’esilio di Dharamshala, divulgò al mondo la notizia che il nuovo Panchen Lama era stato scelto. Al momento del suo ritorno in Tibet per la prima volta nel nuovo corpo di un bambino di 6 anni, la notizia provocò veri momenti di giubilo e di estasi per il popolo tibetano che attendeva da ormai troppo tempo un figura carismatica e potente che potesse rivendicare la loro libertà . La cosa ovviamente rischiava di essere insopportabile per il governo di Pechino che, nel tempo di una sola notte, inviò le sue truppe nel villaggio dove risiedeva il dio bambino, per rapirlo insieme alla sua famiglia e portarlo in un luogo ancora oggi sconosciuto.
Da allora non si è mai più avuta notizia di quel bambino. Gli scontri che seguirono in Tibet tra le milizie dell’esercito cinese ed i monaci portarono all’inevitabile sottomissione di questi ultimi che, convocati con la forza a Pechino, furono costretti a riconoscere come “vero” Panchen Lama il figlio di un vecchio funzionario comunista “cresciuto nell’amore per il Partito e fedeltà nella Madre-patria”, come suonarono il giorno della sua presentazione ufficiale. Da allora Gyaltsen Norbu, questo è il suo nome, ha visitato il Tibet, paese di cui dovrebbe essere sovrano, solamente tre volte, mentre del Lama riconosciuto dai tibetani non si hanno notizie e, quando una delegazione dell’Onu fece richiesta di recarsi in visita per incontrarlo, dal governo centrale fu reso pubblico il seguente comunicato: “Gedhun Choekyi Nyima sta bene e rifiuta l’incontro perché non vuole essere disturbato”.
Marco Manieri

















