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Birmania: reportage da un paese in ginocchio

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ImageIn Birmania non si è mai sicuri se la persona con cui stai conversando stia mentendo o ti stia dicendo la verità. Soprattutto nella capitale sembra non ci si possa mai fidare di nessuno.
Non si vede nessun militare nelle strade ma la lunga rete del governo è fatta di spie che si mischiano tra la folla per carpire qualche piccolo accenno di sovversione e mantere nel terrore il paese. Quando iniziamo una leggera conversazione con un monaco vestito di porpora improvvisamente le sue tante domande ci fanno sospettare del suo masticare foglie di betel, vizio decisamente non appropriato per accompagnare la ricerca dell’illuminazione. Anche io in fondo avevo dovuto dire una piccola bugia e per ottenere il visto ho lasciato il mio tesserino da giornalista in Thailandia.
La Birmania oggi è un paese messo in ginocchio da un regime vigliacco e bastardo che sta spremendo le ricchezze del paese ed esasperando il suo popolo, da sempre conosciuto dal mondo per la sua dignità e tolleranza. Ora qualcuno si è arreso, ma molti non sopportano più l’ingenua repressione di  una giunta militare che mai come oggi sembra essere allo sbando. Purtroppo queste povere persone sono consapevoli di non essere in grado di sovvertire la situazione da sole e aspettano con speranza l’intervento di un Paese estero che sia in grado di intervenire per garantire i diritti umani, anche fosse solamente per giustificare tutto il male fatto per il petrolio. I giovani ragazzi arruolati nelle file dell’esercito per “elevare la moralità del paese”, come cita il giornale di propaganda, non sono più entusiasti ed eccitati dall’ideologia dittatoriale e sarebbero pronti ad abbandonare la loro fedeltà al regime non appena si presenti in vista qualche problema e quindi verrebbe chiesto loro di lottare e combattere. Inoltre la zappa sui piedi la Giunta se l’è data nel settembre del 2007 quando ha deciso di aprire il fuoco contro le migliaia di monaci che pacificamente protestavano per le vie di Yangon contro i diritti negati ma soprattutto contro l’aumento ingiustificato dei prezzi che nel giro di una notte ha visto aumentare anche del 500% beni come il riso o la benzina. Le immagini e le voci della repressione che si rincorrevano tra i villagi della Birmania hanno definitivamente allontanato il popolo dal suo governo, accusato giustamente di comportamenti sacrileghi contro uomini santi, “Godsend”, come cercano di spiegarci in inglese. In quei giorni la rivoluzione “zafferano” sembrava aver risvegliato anche la coscienza del mondo e molti paesi hanno cominciato a domandarsi se la Birmania non fosse stata dimenticata da troppo tempo dalle agende internazionali, camuffando poi in indignazione questo senso di vergogna. In pochi giorni un osservatore dell’ONU è stato inviato nel paese e con grandi difficoltà ha potuto effettuare uno stralcio di conversazione con la leader del popolo, quella Aung San Su Kiy che ha trascorso 18 anni della sua vita agli arresti domiciliari, Nobel per la pace in absentia ed ancora amata da ogni birmano. “Possibile che l’ONU non si sia accorto di niente?” ci chiede il nostro autista ed effettivamente ci troviamo in difficoltà nel cercare una risposta perchè poche ore nel paese sono sufficienti per rendersi conto che in Birmania tira una brutta aria malsana nonostante il trucco di facciata che il governo ha utilizzato nelle vie principali e nella capitale.

Se parli male del governo vai in prigione. Se parli troppo con uno straniero vai in prigione. Se in tasca hai un coltello vai in prigione. Se sbagli una qualunque piccola cosa vai in prigione. La storia emblematica di questa situazione ce la racconta un amico il cui nonno con gravi problemi di udito ha accidentalmente acceso la radio e sintonizzato la BBC. I militari sono arrivati qualche minuto dopo e lo hanno tenuto in carcere per tre mesi. Per questo la gente è esasperata, nonostante in questo momento più che mai la popolazione sia riuscita ad organizzarsi e liberare per lo meno le menti dall’oppressione ideologica del regime, essendo alcuni in grado di utilizzare internet ed aggirare le censure che il governo ha imposto ma che non riesce a tenere sotto controllo. Ma la vita in Birmania è costellata ogni giorno di ingiustizie e dolore. Per acquistare una macchina del 1984 lo stato chiede anche diecimila dollari, duemila per ottenere un telefono cellulare (che però, assicura la propaganda, sarà di tua proprietà per tutta la vita) e talmente sono tante le limitazioni che nessuno può permettersi di essere proprietario di una casa. A Yangon la notte vige il coprifuoco e sono vietati assemblamenti di più di tre persone, l’università è stata chiusa e dislocata all’esterno della città per evitare che gli studenti possano incontrarsi e montare nuove proteste. La benzina viene distribuita due galloni al giorno ad ogni autista e la continua richiesta di soldi per il pedaggio delle strade sfocia nel ridicolo dato che la maggior parte di esse somiglia più a vecchie mulattiere che non a percorsi asfaltati.

Intanto il regime ha distrutto ciò che restava delle ricchezze naturali del paese svendendo le sue foreste di TEK e i quadri dirigenti vivono nel lusso nella nuova capitale fatta costruire tra le montagne perchè Yangon è stata ritenuta un bersaglio troppo facile nel caso di un intervento via mare da parte delle forze straniere. La follia di queste persone è tutta rinchiusa nella costruzione di questa nuova città che rappresenta un’oasi nel deserto. Dopo ore di macchina al buio e nel degrado, d’improvviso appare una città illuminata da lampioni piantati a distanza di pochi metri e le villette a schiera che possiamo vedere all’inizio della città ricordano che questo non è un luogo per la gente comune. Non possiamo avvicinarci perchè la zona è off-limit per gli stranieri. Ci raccontano però che al suo interno tutto funziona e tutto è pulito, gli impianti per la televisione satellitare sono gratuiti e possono viverci solamente rappresentanti del governo con le loro famiglie.

Una volta un giornalista sul Corriere della Sera scriveva che il regime odia i birmani e forse non c’è niente di più vero in questo momento. Il disprezzo che la Giunta ha per il proprio paese, che piano piano sta morendo schiacciato dalla sua avidità, ha fatto si che quando il mondo si è reso disponibile per aiutare la Birmania dopo la tragedia del ciclone Nargis il governo ha prima negato di averne bisogno, poi ha fatto entrare gli aiuti per poterne sequestrare la parte più grande prima che questi arrivassero a chi veramente ne aveva bisogno. Ora però è stato superato anche il limite della tolleranza e fonti attendibili ci fanno sapere che sono in programma nuove manifestazioni previste per i mesi dopo le piogge. Se continuerà a lottare da solo il popolo birmano perderà ancora tante vite ma forse oggi sono così tante le persone pronte a morire per la propria libertà che la Giunta in breve potrebbe trovarsi a governare un paese senza più cittadini.

Marco Manieri



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